Storia del paracadutismo parte 1^

UNA VOLTA CHE AVRETE CONOSCIUTO IL VOLO, CAMMINERETE SULLA TERRA GUARDANDO IL CIELO, PERCHE’ LA’ SIETE STATI E LA’ DESIDERETE TORNARE.                                                                                                                           Leonardo da Vinci

In generale la maggioranza degli individui sentendo parlare  di paracadutismo reagiscono prima con stupore nei confronti dell’interlocutore ,immediatamente dopo con l’ansia  che, naturalmente la sfida verso il vuoto, dispensa. Dopo queste reazioni, gli stessi finiscono, nella maggior parte dei casi, definendo la disciplina del paracadutismo  pericolosa; COSI’ NON E’!!!

Innanzi tutto il paracadutismo è una disciplina sicura. Dati alla mano si può tranquillamente affermare lo sci oppure il ciclismo sport più pericolosi. Su una nota testata nazionale tempo addietro era riportata l’incidenza degli infortuni ,nel paracadutismo si attestano sullo 0,0175%, quindi bassissimo!!!

Questo perché il paracadutismo nei trecento anni di storia dalla sua nascita ha subito come altri mezzi di trasporto, una continua evoluzione, sia nei materiali, sia nelle procedure, inseguendo sempre il valore primario senza il quale non avrebbe avuto fortuna, la SICUREZZA.

Fatta questa premessa pensiamo sia interessante  introdurre un po’ di storia del percorso che questo mezzo di trasporto, dal fascino particolare, ha compiuto.

Intorno al 1100 si ha notizia che acrobati cinesi si lanciassero dalle torri e dagli edifici utilizzando, per rallentare la caduta, strutture rigide a forma di ombrello.

Nel 1502 Leonardo da Vinci, riconosciuto come il teorizzatore della forma e superfice necessarie al mezzo che avrebbe consentito ad un’uomo di atterrare senza alcun danno, elabora la sua teoria

Il paracadute da lui ideato aveva forma piramidale e tenuto aperto alla base da 4 asticelle di legno. Nel Codice Atlantico, Leonardo descrive le dimensioni di questo strumento: ”se un’ uomo ha un padiglione di pannolino intasato che sia 12 braccia per faccia e alto 12 , potrà gittarsi d’ogni grande altezza senza alcun danno di sé”.

500 anni dopo un paracadutista inglese dimostrerà la validità della teoria di  Leonardo. Seguendo le indicazioni scritte nel codice appena citato Adrian Nicholas ( così si chiama il paracadutista) costruisce il paracadute leonardesco, utilizzando materiali dell’epoca, il peso complessivo sarà di 85 kg.

Nel giugno del 2000,nella provincia   sudafricana di Mpumalanga,  il primo paracadute della storia viene agganciato ad una mongolfiera e dalla quota  di 3000 metri inizia la sua discesa. Le riprese filmate mostrano una discesa stabile e  un rateo di discesa simile ad un paracadute ad ala. Alla quota di 600 metri Adrian si  sgancia dal paracadute di Leonardo  e apre un paracadute moderno. La teoria di Leonardo era esatta.

Nel 1617 sempre un’ italiano, Fausto Venanzio si lancia con successo da una torre a Venezia. Il paracadute ha una forma squadrata ed è tenuto aperto da una struttura rigida

Nel 1785, questa volta in Francia, Jean Pierre Blanchard inventa il paracadute pieghevole e lo sperimenta con successo lanciandosi da un pallone aerostatico.

Ma il primo vero paracadutista porta il nome del parigino  Andrè Jacques Garnerin ,per i numerosi lanci effettuati, il primo dei quali avviene il 22 ottobre 1797  nei cieli di Parigi e precisamente sopra Parc Monceau. In questa occasione costruisce  il proprio mezzo in meno di una settimana. Il paracadute, dal diametro di 32 piedi, circa 10 metri, ha 36 fusi ,privo di qualsiasi foro, quel  giorno si apre  perfettamente  ma oscilla notevolmente provocando all’utilizzatore la nausea. Sarà il fisico Lalande l’anno seguente a suggerire il perfezionamento necessario ad ovviare al problema :  Garnerin apporterà un foro all’apice della calotta, la modifica ridurrà già da allora la calotta  le oscillazioni. L’anno successivo ,Jeanne –Genevieve Labrosse, moglie di Garnerin, diventa la prima donna a lanciarsi con il paracadute. I paracadute costruiti fino ad allora non hanno imbragatura. La calotta è racchiusa dentro un contenitore solidale con il pallone e con le funi di sospensione collegate alla navicella, all’interno della quale trova sistemazione l’uomo. In caso di necessità, la navicella viene staccata dall’aerostato e il paracadute si apre per estrazione. Nel 1808 Jodeky Kuparento durante una sfortunata ascesa con la mongolfiera dimostra l’utilità del paracadute come strumento di salvataggio, infatti l’aerostato sul quale si trovava, si incendia e il Jodeky si lancia mettendosi in salvo. Ma non tutti gli esperimenti hanno successo: l’inglese Robert Cocking un pittore di acquerelli che nel 1802 aveva visto a Londra Garnerin in una sua esibizione, nota che il paracadute del francese oscilla e decide anche lui di tentare l’impresa approntando i necessari miglioramenti. Miglioramenti che gli vengono suggeriti da uno studio di Sir George Cayley, questi sostiene, in un suo trattato dal titolo “Carta della Navigazione Aerea” che le oscillazioni verrebbero eliminate utilizzando un paracadute con un disegno conico. Il 24 luglio del 1837 pubblicizzando l’evento, di fronte a migliaia di persone il pallone aerostatico, che trasporta il manufatto di Cocking , del peso di 113 kg, si leva nei cieli di Londra. La quota prevista per sganciare il paracadute è di 2400 metri, ma il peso dell’intera struttura non consente il raggiungimento di tale obiettivo perciò a 1200 metri inizia la discesa di Cocking a bordo del suo lavoro. Il mezzo di trasporto immediatamente prende velocità fino a quando gli anelli metallici che componevano i coni si strappano dal tessuto facendo collassare il paracadute, Cocking  che ha 61 anni muore nell’impatto. Recenti studi hanno dimostrato che il progetto avrebbe avuto più foruna se fosse stato più grande e meglio costruito, comunque l’incidente frenò fino alla fine del 19° secolo  lo sviluppo del paracadutismo in Inghilterra. Nel 1887 lo sviluppo del paracadute compie un altro passo in avanti: il Capitano Tom Baldwin inventa l’imbragatura rendendo il paracadutista indipendente dalla navicella. Quattro anni più tardi l’americano Charles Broadwick  progetta un paracadute abbastanza  simile a quelli attuali: imbragatura, pacco paracadute disposto sulla schiena e avvolto da relativa custodia, il tutto incorporato in una specie di giacca. In questa occasione viene introdotta un’altra innovazione: l’apertura tramite una fune di vincolo. Nel 1903 effettuano il primo volo i fratelli Wright, il mezzo da loro progettato  darà un’ulteriore impulso allo sviluppo del paracadute.

 

Nel 1908 Georgia (Tiny) Broadwick , figlia adottiva di Charles, da un pallone ad aria calda  effettua il suo primo salto all’età di 15 anni, cinque anni più tardi, il 21 giugno del 1913,  lo compirà da un’ aereo. Nel 1914  effettua cinque lanci dimostrativi alle autorità americane, influenzando non poco le autorità militari . In uno di questi lanci, la fune di vincolo si impiglia negli impennaggi dell’aereo. Per evitare il ripetersi dell’inconveniente, taglia la fune di vincolo, lasciandone uno spezzone che le permette di aprire manualmente il paracadute. In quattordici anni esegue più di mille lanci, la maggior parte in caduta libera. Muore nel 1979 all’età di 86 anni. Contemporaneamente nel 1908 Leo Stevens migliora il contenitore e il sistema di fissaggio al corpo e nel 1913 il Cap. Albert Berry, con il paracadute di Stevens ulteriormente modificato si lancia utilizzando una tecnica particolare, il lancio dall’ala dell’aereo. Pare che insieme ad un altro di nome Grant Morton sia stato il primo a lanciarsi da un’aereo. Morton si lanciò utilizzando un paracadute dalla calotta in seta che lo stesso teneva in mano, rilasciandola appena abbandonato il velivolo, mentre Berry avrebbe usato un contenitore, dove trovava alloggio la velatura, posizionato sotto la carlinga dell’aereo.

Nel 1911 l’italiano Pino inventa il pilotino, questo nuovo strumento all’inizio aveva una struttura rigida.

Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale il paracadute assume l’impiego che le strutture militari avevano intuito, cioè l’opportunità di infiltrarsi in territorio nemico per azioni di spionaggio e sabotaggio; i primi ad utilizzare questo espediente sono italiani.  Nel primo conflitto gli inglesi avevano fornito  di un certo numero di paracadute modello Calthrop, ribattezzati Angel Guardian, i piloti italiani, i quali avrebbero dovuto usarli i caso di abbattimento, ma  cause come l’eccessivo ingombro dello strumento,   le difficoltose procedure di abbandono del velivolo uniti ad una tradizione “marinaresca” che voleva i piloti seguire l’aereo anche se abbattuto fecero accantonare l’attrezzatura.  Durante una ricognizione il pilota canadese Maggiore William .Barker, asso dell’aviazione inglese,  vide un’ aviatore tedesco abbandonare il suo velivolo colpito per mezzo di un paracadute. Da questo episodio nasce nel pilota canadese l’idea di paracadutare soldati otre le linee nemiche per ottenere informazioni sulla consistenza e sul posizionamento delle truppe avversarie. Il piano viene accolto in seno all’8^armata agli ordini del Gen. Caviglia.  Per la missione vengono selezionati il Tenente degli Arditi Alessandro Tandura,  il Tenente degli Alpini Arrigo Barnaba, il Ten. Ferruccio Nicoloso e  il Ten. Antonio Pavan. Il primo ad essere impiegato la notte tra l’8 e il 9 agosto del 1918 fu il Tenente Tandura,  nativo di Vittorio Veneto. L’aereo utilizzato era un bimotore da ricognizione Savoia Pomilio, dove nella parte posteriore era ricavato un sedile ribaltabile per mezzo di una leva che veniva manovrata dal piota. Il Tandura era perciò costretto a volare con i piedi a penzoloni nel vuoto e la schiena rivolta

 alla direzione del volo, in attesa che il sedile venisse ribaltato ed iniziasse  la caduta. Il paracadute racchiuso in un involucro sistemato sotto la fusoliera e collegato per mezzo di una fune al cinturone del paracadutista, si sarebbe aperto a causa della trazione. Tandura portava con sé gabbiette con piccioni viaggiatori.

E’ doveroso riportare la testimonianza  di questo ardito,  che non si era mai lanciato e non sapeva neppure cosa fosse un paracadute, tratta dal suo libro “Tre mesi di spionaggio oltre il Piave”: “appena giunto nel campo di Villaverla, tutti gli ufficiali inglesi addetti ci vengono incontro, il magg. William Barker e il Cap. On. Welwood mi dicono che la partenza sarà rinviata di un’ora o forse due, perché devono essere eseguite delle riparazioni. Voglio vedere il mio velivolo; è un Savoia Pomilio SP2 da bombardamento. Ho un certo senso di titubanza e il sangue  accelera il suo corso e le tempie mi battono. E’ l’emozione per il primo volo. L’apparecchio mi pare cosa di morto, un’enorme pipistrello. Poi mi fanno vedere il paracadute. E’ composto da un’ombrello di seta nera,del diametro di 2 metri e mezzo; agli orli della tela dell’ombrello un’infinità di cordicelle si stacca, per raccogliersi alla distanza di due metri in un punto dal quale parte una grossa corda di caucciù del diametro di quattro centimetri e della lunghezza pure di due metri. All’estremità si sfrangia un complesso di cinghie a bretella, a cintura, a  cavallo che avvolgono il torso e lo avvinghiano saldamente . […] mi sedetti dove mi mi dissero di sedermi: in quella posizione avevo le gambe che penzolavano nel vuoto. Accomodarono l’estremità superiore del paracadute sotto la tavoletta in cui stavo seduto; distinguevo la corda di caucciù scendere  dalle mie spalle per finire sotto la carlinga. Il campo di Villaverla-Thiene era illuminato da un potente riflettore, posto in un’ angolo per le segnalazioni.  […]Pronti!!! Gridò una voce. […] Pronti risposero.[…] Due fiamme uscirono dagli scappamenti, lacerati, e l’aeroplano lambì per prendere quota […] Ora il motore è spento ed io ho la sensazione  che l’apparecchio discenda . Sento benissimo la  voce dei due aviatori che discorrono tra loro. Levo il tappo della bottiglia e bevo un sorso di cordiale. Quando meno me lo aspetto, la botola su cui ero seduto,  si apre e mi sento precipitare nel vuoto . Ah…viene in me solo un senso; le orecchie sono straziate da un sibilo che mi devasta il cervello. L’incubo dei sogni orribili!!! Ma subito ho l’impressione di essere sollevato, di tornare in su. Alzo gli occhi e vedo il paracadute  aperto. La pioggia mi sferza il viso. Oso guardare in basso e vedo strade e campi che ridono in un’altalena infernale. Mi smarrisce perdo i sensi ..e un’ attimo . Ad un tratto colpito fortemente al petto, mi trovo a terra, con le gambe all’aria. Lanciato nel vuoto da circa 1500 metri d’altezza ero caduto in un vigneto, mentre infuriava il temporale.”

Il 23 ottobre 1918 è invece la volta di Ferruccio Nicoloso  che purtroppo verrà lanciato fuori zona ( in località Osoppo-Codroipo) perciò il 24 ottobre tocca al Tenente Alpino Arrigo Barnaba di Buja  di cui possiamo riportare il link affinchè chi interessato possa veder lo strumento da lui utilizzato http://www.barnabadibuja.it/Manifestazione/Paracadute/Paracadute.html

Ai Tenenti Alessandro Tandura e Pier Arrigo Barnaba fu assegnata la Medaglia d’oro al Valor Militare mentre al Tenente Ferruccio Nicolosio fu conferita la Medaglia all’Ordine Militare dei Savoia.