Paracadutismo militare

– BREVE STORIA –                                                 (prima parte)

di Fabio Marsella

Questa breve storia ha inizio nel 1918, durante la Prima Guerra.                                                           Nella notte tra l’8 e il 9 agosto con avverse condizioni meteorologiche un ufficiale del Regio Esercito fu lanciato in territorio nemico per raccogliere informazioni sull’esercito Austro-Ungarico. Questo ufficiale, “Ardito delle Fiamme Nere”(¹) assegnato all’8ª Armata comandata dal Gen. Enrico Caviglia, era il Tenente Alessandro Tandura che a bordo di un aereo Savoia Pomilio 2 (un biplano!) effettuò il primo lancio militare italiano da 1.500 metri, notturno.

(¹)Fiamme Nere: la fiamma nera era una mostrina di panno nero cucita al bavero della giacca voluta dal Maggiore Giuseppe Bassi, il padre degli Incursori. Costui, quando ideò e costituì gli Arditi, scelse il nero (tra i pochi disponibili…) in onore al colore simbolo dei Carbonari veneziani che per primi insorsero contro gli austriaci.

Il materiale in dotazione era un paracadute di fattura inglese, il Calthrop ribattezzato “Angel Guardian”, di forma tronco-conica, che veniva fissato all’esterno del velivolo ed era collegato al corpo dei piloti mediante una lunga fune. Infatti, questo paracadute era utilizzato dai piloti in caso di abbattimento. Fu consegnato dalla RAF alla Regia Aviazione che però non lo utilizzò per via della “tradizione marinaresca “ dei suoi piloti di seguire in ogni caso le sorti del velivolo a loro affidato. Per questo motivo il materiale inutilizzato ed in numero limitato fu impiegato per compiti diversi e completamente nuovi. Per questo motivo ogni paracadutista militare ha il dovere e l’onore di rendere omaggio alla medaglia d’oro, all’eroe di guerra ma anche e soprattutto al “padre” della loro disciplina. Il punto di partenza di un’ideale che per un parà significa: senso del dovere, spirito di sacrificio e amore per la Patria e il Tricolore.                                                                                           Di seguito alcuni passi tratti dal libro “Tre mesi di spionaggio oltre Piave”, autobiografia del Ten. Alessandro Tandura:

8 agosto 1918                                                                                                              …appena giunto nel Campo di Villaverla, tutti gli ufficiali inglesi addetti ci vengono incontro, il Maggiore W. Barker e il Capitano On. Welwood mi dicono che la partenza sarà rinviata di un’ora o forse due, perché devono essere eseguite delle riparazioni. Voglio vedere il mio velivolo: è un Savoia Pomilio da bombardamento. Ho un certo senso di titubanza, e il sangue accelera il suo corso e le tempie battono. È l’emozione per il primo volo. L’apparecchio mi pare qualche cosa di morto, un enorme giocattolo. Ne tocco le ali con tremore, come se avessi toccato quelle di un pipistrello. Poi mi fanno vedere il paracadute. È composto da un ombrello di seta nera, del diametro di due metri e mezzo; agli orli della tela dell’ombrello un’infinità di cordicelle si stacca, per raccogliersi, alla distanza di due metri in un punto dal quale parte una grossa corda di caucciù del diametro di quattro centimetri e della lunghezza pure di due metri. All’estremità si sfrangia un complesso di cinghie a bretella, a cintura, a cavallo che avvolgono il torso e lo avvinghiano saldamente. […] Mi sedetti dove mi dissero di sedermi: in quella posizione avevo le gambe che penzolavano nel vuoto.

Accomodarono l’estremità superiore del paracadute sotto la tavoletta in cui stavo seduto; distinguevo la corda di caucciù scendere dalle mie spalle per finire sotto la carlinga.

Il campo di Villaverla-Thiene era illuminato da un potente riflettore, posto in un angolo, per le segnalazioni. […] Pronti! Gridò una voce. […] Pronti risposero. […] Due fiamme uscirono dagli scappamenti, lacerati, e l’aeroplano lambì il terreno per prender quota. […] Ora il motore è spento ed io ho la sensazione che l’apparecchio discenda. Sento benissimo la voce dei due aviatori che discorrono tra loro. Levo il tappo della bottiglia e bevo un sorso di cordiale. Quando meno me lo aspetto la botola, su cui ero seduto, si apre e mi sento precipitare nel vuoto. Ah… viene in me un solo senso; le orecchie sono straziate da un sibilo che mi devasta il cervello. L’incubo dei sogni orribili! Ma subito ho l’impressione di essere sollevato, di tornare in su. Alzo gli occhi e vedo il paracadute aperto. La pioggia mi sferza il viso. Oso guardare in basso e vedo strade e campi che ridono in un’altalena infernale. Mi smarrisco, perdo i sensi… è un attimo. Ad un tratto, colpito fortemente al petto, mi trovo a terra, con le gambe all’aria. Lanciato nel vuoto da circa 1500 metri d’altezza ero caduto in un vigneto, mentre infuriava il temporale.

Dopo il 9 agosto furono eseguiti ancora tre lanci, da altri ufficiali, che portarono risultati eccezionali e contribuirono alla vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, alla riconquista di Trento e Trieste e alla fine della Prima Guerra.

Terminata la guerra il Regio Esercito fu riorganizzato e gli Arditi furono sciolti poiché considerati da un lato uomini di insolito coraggio e valore ma dall’altro “irrequieti e troppo indipendenti”. Questo accadeva mentre i più importanti eserciti d’Europa organizzavano reparti di paracadutisti e lo Stato Maggiore italiano litigava su quale Arma, Esercito o Aereonautica, dovesse inquadrare la nascitura, innovativa e “non tanto desiderata” specialità.

Negli anni che seguirono la fine del conflitto mondiale un valente ufficiale, il Ten. Col. pilota Prospero Freri, mise a punto personalmente, nei cieli di Capodichino, un nuovo paracadute di intera fattura italiana: il Salvator (durante le prove e le dimostrazioni si lanciò nel vuoto, il 13 maggio 1923, anche una donna, la signorina Alba Russo, probabilmente la prima italiana paracadutista!). Un’evoluzione del nuovo dispositivo, il Salvator B, fu finalmente adottato nel 1928 dalla Regia Aereonautica per i suoi piloti e contribuì a salvare molte vite.

Bisognò purtroppo attendere il 1938 e terre oltre confine per vedere un reparto di militari paracadutisti a disposizione del Regio Esercito però composto da soldati libici e ufficiali italiani. Fu il lungimirante Maresciallo del’Aria Italo Balbo, Governatore della Libia, ad istituire nella periferia di Tripoli un Campo Scuola Paracadutisti della Libia che su base volontaria arruolava gli Ascari libici. Il comando del Campo fu affidato al Ten. Col. geniere Goffredo Tonini mentre la responsabilità dell’addestramento al lancio fu rimessa inevitabilmente al Ten. Col. pilota Prospero Freri.

In pochi mesi l’intensa attività di addestramento portò alla costituzione del Reggimento “Fanti dell’Aria”, circa 600 soldati su due Battaglioni ottimamente preparati sul piano tattico e pronti ad intervenire, ma l’inaffidabilità del paracadute (il Salvator D37 creato per le situazioni d’emergenza dei piloti e non per lanci di massa) causò numerosi incidenti che rallentarono il progetto e il ridimensionamento del Reggimento a Battaglione.

Nel 1939 il riconoscimento ufficiale da Roma insieme all’introduzione del Salvator D39 ridiede lo slancio e l’entusiasmo necessario, oltre alla maggior sicurezza per i soldati, per riprendere l’attività di addestramento che oltre alle tecniche proprie dell’aviolancio aveva previsto anche l’uso di tutti i tipi di arma da fuoco, comprese le artiglierie, la condotta di automezzi, l’esecuzione di azioni di sabotaggio con impiego di esplosivi contro linee telegrafiche, elettriche, ferroviarie, aeroporti ed ogni altro obiettivo di interesse bellico. Il progetto fu ampliato con l’istituzione del 1° Battaglione Paracadutisti Nazionali della Libia formato interamente da personale volontario italiano proveniente da tutte le Armi e specialità del Regio Esercito. Entrambi i Battaglioni furono posti sotto il comando della Regia Aereonautica.

Nel settembre del 1939 venti di guerra iniziarono a soffiare su tutta Europa e i Paracadutisti erano preparati per essere impiegati in scenari e obiettivi strategici sicuramente più importanti invece, nel gennaio del 1941, furono inquadrati come comuni unità di fanteria nel Gruppo Mobile “Tonini”, alle dipendenze della 10^ Armata, nella zona di Derna a difesa dell’aeroporto di El Fteiah. La schiacciante superiorità degli Alleati costrinse il Gruppo a cedere terreno sino ad essere disperso. Solo una parte del Battaglione Nazionale riuscì a raggiungere Bengasi e formò l’avanguardia delle forze italiane durante l’impari Battaglia di Beda Fomm (atto conclusivo dell’operazione Compass). Successivamente la rimanenza del 1° Battaglione Paracadutisti Nazionali raggiunse Tripoli per tornare in Patria e raggiungere una neonata scuola di paracadutismo.

TARQUINIA. Questa fu la località, vicino al campo d’aviazione “Amerigo Sostegni” nel viterbese, che l’onnipresente Ten. Col. pilota Prospero Freri scelse per la Regia Scuola di Paracadutismo. Il comando e l’organizzazione della nuova struttura furono affidati al Col. pilota Giuseppe Baudoin de Gilette.

Nell’autunno del 1939 nasce ufficialmente la scuola e, superate enormi difficoltà logistiche, entrò in funzione ad aprile del 1940. A giugno dello stesso anno l’Italia entrò in guerra mentre la scuola aveva un solo battaglione in addestramento. Il paracadute in dotazione era sempre il Salvator D39 che causò molti inconvenienti oltre alla morte di numerosi allievi. Questi accadimenti portarono alla sospensione dei lanci in attesa di un nuovo paracadute e, dopo la progettazione e sperimentazione, fu adottato con enorme successo il modello IF/41 SP (Imbracatura Fanteria/mod. 41 Scuola Paracadutisti).

A novembre dello stesso anno riprese l’addestramento a pieno ritmo e la scuola faticò ad accogliere i numerosi volontari provenienti dalle Armi di Fanteria, Cavalleria, Artiglieria e Genio del Regio Esercito tanto che s’incominciò a pensare all’apertura di una seconda scuola, a Viterbo. La Regia Scuola di Viterbo però vedrà la luce, per un breve periodo, soltanto nel febbraio del 1943 sotto il comando del Col. Pilota Renato di Jorio e rimarrà attiva sino all’8 settembre dello stesso anno.

A Tarquinia furono approntati reparti di Paracadutisti per tutte le forze: marinai del gruppo “San Marco”, Arditi, Carabinieri e avieri dell’Aeronautica. Nei primi mesi del 1941 la scuola aveva così il 1° Battaglione Carabinieri più altri due Battaglioni (il 4° Battaglione sarebbe stato pronto da lì a poco).

Il 30 aprile del 1941 fu la data scelta per la prima azione di guerra con il lancio su Cefalonia e in seguito la presa di Zante. Dall’aeroporto di Galatina, nel leccese, partirono due compagnie del 2° Btg per essere lanciate sull’obiettivo: le isole furono conquistate senza perdite umane, senza l’uso di munizioni e spargimento di sangue, un successo!

Così non fu per il 1° Battaglione Carabinieri paracadutisti. Il Battaglione fu destinato in Africa in aiuto alla Divisione corazzata Ariete che doveva ripiegare sul litorale Cirenaico sopraffatta dal fuoco inglese (presagio del destino di questa gloriosa Divisione). Sbarcati a Tripoli nel luglio del 1941 al comando del Mag. Edoardo Alessi si resero subito conto che avrebbero dovuto combattere in un modo del tutto diverso da quello sperato: semplice unità di fanteria in appoggio allo schieramento già operativo contro gli inglesi.

Il 14 dicembre il Mag. Alessi ricevette l’ordine di attestarsi sul bivio di Eluet el Asel, a sud di Berta, con il secco ordine di resistere ad oltranza. Erano solo 400 uomini, rinforzati da sei cannoni controcarro da 47/32, dotati di 400 bombe controcarro Passaglia e di una settantina tra fucili mitragliatori e mitragliatrici: una richiesta di suicidio! La battaglia fu cruenta e ancora una volta impari, solo per dotazioni. Questi parà eseguirono gli ordini ricevuti con un tributo di sangue enorme, infatti dei 400 uomini sbarcati a Tripoli soltanto 91 riuscirono a raggiungere, con audaci gesta tra le linee nemiche, Bengasi: ma solo dopo che ricevettero l’ordine di ritirarsi!

Un riconoscimento ancor più esaltante, che testimonia il grande coraggio dimostrato, arrivò da parte del nemico. Radio Londra ammise nei suoi notiziari che: «i paracadutisti italiani si sono battuti come leoni e fino ad ora, in Africa, i reparti britannici non avevano mai incontrato una resistenza cosi accanita».

Dopo i “Fanti dell’Aria” insieme al Battaglione Nazionale inseriti nel “Gruppo Mobile Tonini”, il 1° Btg. Carabinieri costituì il secondo tragico impiego di paracadutisti in Africa e non fu l’ultimo.

Nella neonata e fervente scuola di Tarquinia oltre a portare a termine, tra molteplici difficoltà, i corsi e l’addestramento di paracadutisti erano in atto anche i preparativi per l’Operazione C3: l’invasione e la conquista dell’isola di Malta.

L’importanza di Malta diventò fondamentale con l’inasprirsi della guerra poiché dall’isola partivano micidiali spedizioni britanniche che intercettavano convogli con rifornimenti essenziali e di ogni natura diretti verso l’Africa del nord, aprendo inoltre numerose falle nello schieramento navale dell’Asse.

I paracadutisti di Tarquinia furono inviati nei campi del Salento e dell’alto Lazio ed anche sul litorale toscano per familiarizzare con un territorio molto simile a quello maltese. L’addestramento divenne lungo e intenso – lo sbarco era previsto per gli ultimi giorni del maggio ‘42 – ma nonostante i sacrifici e la fatica tra i soldati crebbe costante il desiderio di entrare in azione per dimostrare il proprio valore.

Il piano per l’Operazione C3 fu finalmente stabilito e prevedeva l’impiego di 40.000 uomini da parte italiana, tra di essi i paracadutisti dei corsi di Tarquinia: una Divisione chiamata “Folgore”, nome derivante dal motto latino “ex alto fulgor” – “come folgore dal cielo”, comandata dal Gen. Enrico Frattini. Gli altri reparti “particolari” impiegati per occupare Malta dovevano essere: il I° Btg. Paracadutisti della Regia Aereonautica (A.D.R.A.) comandati dal Col. Edvino Dalmas e il Btg. “NP” San Marco comandato dal Ten. di Vascello Giulio Cesare Conti.

Ma in Africa settentrionale la Guerra proseguiva con l’operazione Crusader approntata dagli Alleati e, secondo le proprie illusorie ambizioni, l’Asse sarebbe entrato vittorioso ad Alessandria D’Egitto; la battaglia di Tobruk ebbe esito favorevole per il Gen. Erwin Rommel ma fu solo una vittoria tattica poiché strategicamente gli Alleati si rafforzarono. L’impresa di Rommel generò un entusiasmo smoderato e il Governo italiano, sotto pressione, cambiò i suoi piani strategici. L’Operazione C3 fu prima posticipata per poi essere annullata definitivamente e buona parte degli uomini addestrati per invadere la piccola isola del Mediterraneo furono inviati in Africa. Questa fu, tra le altre, una decisione sciagurata che permise a Malta di divenire una “Spada Fiammeggiante” nel fianco del nemico, come asserito dal primo ministro inglese W. Churchill; non solo questo generò quella decisione..

Mentre a Tarquinia e Viterbo continuava incessante l’addestramento dei numerosi volontari accorsi il destino per molti paracadutisti iniziava a compiere i primi passi …le decisioni tragiche erano state prese e ciascuno di essi, come vedremo in seguito, affrontò il dovere ed espresse l’amor patrio con uno Spirito difficile, forse impossibile, da eguagliare e la memoria che dobbiamo custodire ancor’oggi arriva a noi sollevata dal vento del Deserto africano, a settant’anni da quelle Battaglie.

Gli scontri bellici in Africa Settentrionale richiederanno il massimo sforzo per l’Italia e i paracadutisti furono presenti. La Divisione Folgore, il Battaglione A.D.R.A. e il 10° Rgt. Arditi furono impiegati con compiti diversi e in tempi diversi. Incontrarono il loro destino lontani gli uni dagli altri, per i più senza il paracadute come preludio alle imprese eroiche, ma accomunati tutti da quello spirito che li aveva spinti a Tarquinia.

A partire dalla seconda decade del luglio ‘42 la 185ᵃ Divisione “Folgore” incominciò il suo trasferimento in Africa. Una parte a mezzo ferrovia via Trieste, Belgrado, Salonicco, Atene e quindi dall’aeroporto di Tatoi in aereo verso Tobruk, Bardia, Sollum e Fuka, la restante parte in nave e in aereo da Lecce.

La Divisione durante il suo spostamento non aveva distintivi che potevano ricondurre all’Arma e assunse anche il nome, in via provvisoria, di 185ᵃ Divisione “Cacciatori d’Africa”; tutto questo per questioni di sicurezza e segreto militare che tale non era per via dell’efficiente servizio di intelligence degli Alleati e per le attività di sabotaggio che avvenivano in Patria.

La Divisione, comandata dal Gen. E. Frattini, era composta principalmente da due Rgt. di fanteria paracadutisti, il 186° su 4 Btg. e 187° su 3 Btg. (il 185° rimase di stanza in Puglia dopo aver ceduto due Btg. ai precitati Rgt.), e un Rgt. di artiglieria paracadutisti, il 185° su 3 Gruppi. Inoltre c’era il VIII Btg., su 3 compagnie, di guastatori paracadutisti, due compagnie Genio, una compagnia mortai, una compagnia sanità e la compagnia comando e servizi. In tutto circa 6.000 uomini.

La “Folgore” faceva parte del X Corpo d’Armata italiano composto da: due Divisioni di fanteria, la Pavia e la Brescia, un Rgt. Bersaglieri, due Gruppi di artiglieria pesante, un Btg. di guastatori e un Btg. di genieri-artieri; inoltre per un breve periodo il Gen. Frattini assunse il comando ad interim del X Corpo a causa della perdita del comandante Gen. Ferrari-Orsi.

Arrivata in Africa la Divisione ebbe a che fare ancora una volta con una decisione discutibile contrastata vanamente dal Gen. Frattini. Le strategie indicavano che sarebbe stato efficace impiegare paracadutisti in territorio nemico, dietro le linee dell’VIII Armata britannica, alla conquista dei ponti sul Nilo. Il Gen. Rommel invece decise di impiegare i paracadutisti sul fronte di El Alamein, un fronte che per 60 Km dalla costa penetrava nel deserto e dove tutto era uguale metro dopo metro in ogni direzione.

A chi faceva notare che impiegare paracadutisti come unità di fanteria appiedata era un lusso Rommel rispondeva che dovendo spegnere un incendio in carenza d’acqua è lecito usare anche lo Champagne! …dopo tutto aveva chiesto e ottenuto di cancellare l’Operazione C3, Malta, per avere truppe specializzate e fresche…

Ricevuto l’ordine di trasferirsi al fronte fu lasciata, in un hangar a El Dabaa, tutta l’attrezzatura per l’aviolancio insieme ad una compagnia di guardia. Per la Divisione quello fu l’ultimo contatto con il materiale della sua specialità e armata solamente di mitra Berretta, mortai da 81 e cannoncini anticarro 47/32, appiedata, attraverso i passi del Cammello e del Carro, la “Folgore” arrivò e si attestò nella infernale Depressione di Qattara. Ecco dove i paracadutisti di Tarquinia, a lungo addestrati per invadere e conquistare l’isola di Malta, nell’agosto ’42 si ritrovarono: nel Deserto sahariano nella posizione forse più inospitale che esiste per l’uomo. La Depressione tocca il suo punto più basso a 133 m sotto il livello del mare: sono presenti vicino alla costa scogliere maestose, quasi nessuna oasi, paludi saline mascherate da una crosta dura al di sotto della quale fango appiccicoso, declivi che sembrano scalpellati e una polvere eccezionalmente sottile portata ogni dove dal vento sempre presente.

La Divisione si attestò all’estremità sud del fronte, poco prima delle località Deir el Munassib e Quaret el Himeimat. Dovette subito scontrarsi con un battaglione di soldati francesi della Legione Straniera per conquistare sanguinosamente il massiccio dell’Himeimat dopodiché prese posizione in quel lembo di fronte, un quarto del totale e lungo 15 chilometri, nel settore più avanzato e pericoloso. Al fianco destro aveva la Div. Pavia e al sinistro la Div. Brescia mentre alle spalle la Div. Corazzata Ariete. Dall’altra parte del fronte gli inglesi schierarono la 44ª Div. di fanteria e la 7ª Div. Corazzata soprannominata “Desert Rats”.

La Folgore si riorganizzò in quattro Raggruppamenti Tattici: 1° “Ruspoli”, 2° “Bechi”, 3° “Camosso”, 4° “Tantillo”. Anche il 185° Rgt. Artiglieria paracadutisti si riorganizzò e i tre Gruppi divennero due, inoltre per sopperire alla carenza di artiglieria campale fu costituito un Raggruppamento Tattico Artiglieria “Folgore”, comandato dal Col. Boffa, prelevando cinque Gruppi diversamente equipaggiati dalle Div. Ariete, Pavia, Trieste e Brescia.

Ci furono più battaglie ad El Alamein ma una in particolare coinvolse pienamente la Folgore ovvero quella che ebbe inizio il 23 ottobre ’42 poco prima della mezzanotte. Il Gen. britannico Bernard Montgomery, comandante dell’ VIII Armata, intorno alle ore 21 diede inizio all’operazione Lightfoot. Centinaia di cannoni iniziarono il tiro su tutta la prima linea scatenando l’inferno e il fronte si illuminò per tutta la sua ampiezza. Fu un fuoco martellante e la terra tremò sotto i colpi che battevano incessanti distruggendo tutto, demolendo postazioni e appostamenti, interrompendo la rete di collegamenti a filo, annullando ogni possibilità di rifornimento e di sgombero dei feriti. Quello inglese fu un impiego straordinario di munizioni, spropositato e devastante, al quale le artiglierie dell’Asse risposero in maniera ridotta sia per la sorpresa sia per le esigue munizioni a disposizione, mentre tutti gli uomini sulla prima linea rimasero ad attendere nelle buche l’immancabile assalto della fanteria.

Solo a sud la situazione fu diversa, prima dimostrazione che quella parte del fronte era presidiata da soldati non comuni. Infatti, le artiglierie della Folgore risposero immediatamente al fuoco contrastando l’avanzata della fanteria della 44ª Div. inglese supportata dai carri della 7ª. I britannici riuscirono a forzare solo in alcuni punti poiché gli avamposti della Folgore reagirono positivamente per tutta la notte e ad un alto prezzo costrinsero le truppe attaccanti a rimanere intrappolate nei loro stessi campi minati.

All’alba del 24 ottobre il Gen. Montgomery constatò con delusione che l’attacco aveva sortito solo qualche piccolo successo e di fatto la sua Armata era bloccata davanti e in mezzo ai campi minati. Su tutto il fronte iniziarono subito contrattacchi per rioccupare le zone perse durante la notte e con successo i paracadutisti del 5° Bgt. del 186° rioccuparono le loro posizioni.

Nel primo pomeriggio gli inglesi ripresero l’attacco a nord con il solito fuoco delle artiglierie incidendo scarsamente mentre a sud la Folgore, supportata da alcuni carri della Ariete, ristabilì il settore centrale del suo fronte. Solo nel settore di Deir el Munassib l’azione di un esiguo numero di paracadutisti ottenne parzialmente l’effetto pianificato con perdite pesanti, il comandante Ten. Col. Marescotti Ruspoli rimase ucciso insieme a molti dei suoi uomini.

Nella notte la Folgore fu attaccata nuovamente ma gli inglesi, ancora una volta, non riuscirono a praticare alcuna breccia e all’alba del 25 ottobre, dopo due giorni di combattimenti, la situazione era la seguente: a nord tre brigate corazzate inglesi avevano appena superato i campi minati ed erano attestate davanti alla linea di resistenza, al centro le posizioni erano pressoché inalterate e a sud nessun reparto inglese era riuscito a guadagnare un metro di fronte.

L’offensiva britannica riprese con un violento attacco a nord per superare l’altura del Kidney Ridge ma la difesa italo-tedesca costrinse gli inglesi a ripiegare. A sud la Folgore, ormai stremata e decimata, fu nuovamente sottoposta a due attacchi dei Legionari sui capisaldi di Deir el Munassib e la piana di Naqb Rala ma riuscì a respingere il nemico ancora una volta. Dopo tre giorni di battaglie il piano del Gen. Montgomery si poteva considerare fallito. Egli avrebbe voluto sfondare il fronte già all’alba del 24 ottobre ma così non fu soprattutto nel settore sud dove gli attacchi contro la Folgore furono tutti respinti. Le ingenti perdite subite in quel settore costrinsero il generale ad abbandonare le operazioni e a concentrare tutte le forze a nord dove le difese dell’Asse avevano parzialmente ceduto. Dall’altra parte Rommel intuì la strategia degli inglesi e decise di spostare alcune divisioni corazzate verso il saliente verificatosi a nord del fronte. Montgomery riordinò con calma i reparti e si preparò a lanciare l’attacco decisivo e finale della battaglia di El Alamein dando inizio, il 1° novembre, all’operazione Supercharge.

In questa nuova situazione, con nuovi schieramenti e nuovi interessi la Folgore, dopo giorni di poca attività sul fronte, ricevette questo ordine: “L’armata è in ripiegamento. La “Folgore”, prima che albeggi, si porti a 25 chilometri dalle attuali posizioni”. Tale ordine inaspettato generò sdegno tra i paracadutisti che avevano lottato in maniera esemplare e impari contro un nemico in sovrannumero, accanito e armato adeguatamente. Avevano tenuto la parte di fronte assegnato loro pagando un prezzo altissimo e non comprendevano il motivo della ritirata poiché spostandosi a nord, ancora una volta appiedati e con i feriti che non potevano essere abbandonati, voleva dire andare a morire ma con uno straordinario senso del dovere si misero in marcia trascinandosi dietro pezzi d’anticarro e i pochi viveri rimasti.

Questo è quanto accaduto sommariamente durante la seconda battaglia di El Alamein e solo per illustrare velocemente i movimenti sul fronte, le operazioni condotte dagli Alleati, le contromosse dell’Asse e come fu impiegata la Folgore nel settore sud, nella depressione di Quattara.

Dell’entusiasmo, del senso del dovere, dell’improvvisazione, dell’eroismo che accompagnò i paracadutisti della Folgore, a loro volta accompagnati dalla morte in ogni ora del giorno e della notte, in quella porzione infernale di Deserto, è già stato scritto in maniera anche più autorevole. E’ facile cadere nella retorica per raccontare fatti così straordinari e distanti nel tempo, per di più se si è di parte e si ha avuto l’onore di meritare e indossare il basco amaranto. Inoltre provo reverenza, imbarazzo, rispetto nei confronti di chi ha combattuto, di chi non è tornato e di chi è tornato quindi voglio affidare alla testimonianza di un “Leone” (vedremo in seguito perché Leone), protagonista di quella battaglia e purtroppo non più in vita, che riuscì a tornare dall’Inferno.

Il paracadutista e anche artigliere era inquadrato nel raggruppamento Camosso. Egli era Bruno De Camillis (Eritrea 1919 – Savona 2011) un Tenente della Folgore, che ricevette due Medaglie d’Argento al Valore Militare (rifiutò quella d’oro affinché fosse assegnata ad un commilitone morto in battaglia), un valoroso, un eroe, un Leone, un ingegnere civile trasferitosi nel savonese al quale i paracadutisti Anpd’I gli hanno dedicato la sezione della città con una solenne cerimonia nel 2012.

Quelle che seguono sono parole sue per descrivere le condizioni della Folgore nel deserto e una riflessione personale sugli stati d’animo dei suoi compagni:

«…da El-Dabaa i rifornimenti di munizioni, il rancio di mezzanotte e soprattutto l’acqua arrivavano lentamente, quando arrivavano, per la mancanza di autocarri. Per tutto il periodo dei combattimenti la razione di acqua era di 1 litro e ½ per giorno ed a “cranio”! Un vero tormento la sete e la sporcizia; alcune volte la preziosa acqua arrivava in taniche prima usate per i carburanti, provocando vomito e …bestemmie. Sporchi, sudati, senza latrine, le mosche e i pidocchi imperavano…»

«…quelli che non ce l’avrebbero fatta li vedevi la sera prima: gli diventava il naso sottile e le orecchie di carta velina, trasparenti, diventavano agitati, febbrili …ma per quanto incredibile senza paura. …ho sempre impresso il volto dei miei compagni la sera prima che cadessero».

De Camillis, come detto, faceva parte del raggruppamento Camosso, ormai decimato, che soltanto in 300 coprirono l’arretramento della Divisione sulla linea Gobel-Karak a 25 chilometri da Deir El Munassib: l’ordine era di resistere sino all’esaurimento delle munizioni.

Così fu. De Camillis, rimasto solo al pezzo dopo aver visto cadere il suo comandante e poco dopo i serventi, continuò a coprire i compagni che lo precedevano utilizzando tutte le munizioni a diposizione come prevedeva l’ordine. Armò il 47/32 con un l’ultimo proiettile E.P. (effetto pronto) e centrò un cingolato mandandolo in fiamme. Quel gesto lo accompagnò per tutta la vita poiché egli divenne “l’ultimo colpo”, l’ultimo colpo della Folgore ad El Alamein.

Una testimonianza resa anni dopo dal Cap. Art. Par. Renato Migliavacca suggella il ricordo di quella battaglia, il ricordo che dovrebbe essere di ogni italiano. Queste le parole del Capitano in uno dei suoi libri:

«Di pezzi da 47, le sole armi che in quel frangente veramente contassero, oltre a quello del tenente Migliavacca, che però era rimasto senza munizioni, ve ne era soltanto un altro, posto agli ordini del tenente Bruno De Camillis: quello stesso che la notte del 24/25 ottobre, partecipando a un violento attacco contro interi reggimenti di carri armati, aveva contribuito a ridurne a carcasse fumanti quasi un centinaio. A Deir el Serir, non disponendo che di un paio di granate, non poteva certo fare grossi danni; ma nelle circostanze era anche l’unico che potesse aprire il fuoco. E fu appunto a lui che toccò di sparare l’ultimo colpo di cannone della Divisione Paracadutisti operante nel deserto egiziano: colpo con il quale gli artiglieri Folgore non a caso citati a esempio di indomito valore e adamantino spirito di bandiera, hanno posto il suggello a un’epopea di cui non solo i militanti nelle Forze Armate, ma tutti quanti gli italiani possono essere legittimamente fieri».

Così dovettero combattere i paracadutisti in Africa.

Loro, addestrati per invadere e neutralizzare Malta, fecero i conti direttamente con l’operazione annullata. Le condizioni di armamento, rifornimento e di sussistenza in generale era scarse, quasi nulle, proprio perché da Malta regolarmente si alzavano gli aerei che affondavano i convogli destinati a tutte le forze dell’Asse.

Loro, con una determinazione esemplare, non permisero al nemico di oltrepassare a sud il fronte e permettere l’azione di accerchiamento tanto auspicata dagli inglesi; costrinsero un Generale a cambiare i suoi piani dopo giorni di battaglia …e doveva bastare una notte!

Loro, mal equipaggiati e sofferenti nel fisico ma non nell’animo, furono costretti ad assaltare i carri nemici armati infine solo di bottiglie incendiarie dopo che ebbero esaurito anche la mine magnetiche; tali mine erano posizionate sotto i carri nemici dai paracadutisti appostati nelle buche praticate dai tiri di artiglieria.

Loro, animati da semplice Entusiasmo per quella piccola Patria che avevano edificato e identificato nella Divisione, ad ogni ordine di resa risposero “Folgore!!!” Quando divenne impossibile continuare a combattere si arresero, senza mostrare alcuna bandiera bianca e senza alzare le mani, con l’onore delle armi da parte del nemico; un nemico ammirato che comprese il valore di quei soldati e chi fu il vincitore morale di quelle impari battaglie.

L’attestazione più significativa e autorevole fra tutte è affidata per sempre alle parole di Winston Churchill, che fu uomo politico, storico, giornalista e colui che guidò la Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale, parole pronunciate durante un discorso alla Camera dei Comuni e diffuse dalla BBC il 27 novembre del 1942: «dobbiamo inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore ».

Da questa frase di sincero riconoscimento del valore di un soldato nasce l’appellativo di Leone per colui che ha combattuto ad El Alamein. Leone per il coraggio, per la forza, per l’impeto, per la determinazione nel combattere battaglie che apparivano perse nella pianificazione e nella strategia. Combattere battaglie con evidente inferiorità numerica negli uomini e negli armamenti. Combattere battaglie che costrinsero il nemico a cambiare i suoi piani ma che costarono un enorme tributo di sangue alla Divisione.

Nelle sabbie di El Alamein si compì il breve, eroico e glorioso destino della Folgore. Arrivarono cinquemila paracadutisti nel luglio del ’42 a novembre ne rimasero poco meno di trecento. Chi scampò alla morte cercò di scampare ai campi di concentramento e di prigionia e chi ce la fece si diresse verso la costa tunisina. Coloro che rimasero tra la sabbia attesero l’infaticabile lavoro di un Soldato che combatté al loro fianco. Il Ten. Col. Paolo Caccia Dominioni, comandante del Btg. Guastatori d’Africa inquadrato del X° corpo d’Armata, cercò i resti dei Leoni non tornati ed eresse per loro, e non solo, il Sacrario militare italiano di El Alamein nei pressi della base italiana di Quota 33:

Viandante arrestati e riverisci

Dio degli eserciti accogli gli spiriti di

questi ragazzi in quell’angolo del cielo

che riserbi ai martiri e agli eroi.»

Fra sabbie non più deserte

sono qui di presidio per l’eternità

i ragazzi della F O L G O R E

fior fiore di un popolo e di un esercito in armi caduti per un’idea

senza rimpianti onorati dal ricordo dello stesso nemico

essi additano agli italiani nella buona

e nell’avversa fortuna il cammino

 

e della gloria.(Parole destinate al cimitero del km 42, scritte dal tenente colonnello paracadutista Alberto Bechi Luserna, med. d’oro, caduto per la Patria.)

La 185ª Divisione paracadutisti “Folgore”, praticamente distrutta in combattimento, fu sciolta alla fine di novembre del 1942. Per le battaglie in Africa settentrionale e soprattutto per quella di El Alamein quattro furono le Medaglie d’oro al Valor Militare alla Bandiera, una per la Divisione e una ciascuna per i suoi Rgt.: il 185° Rgt. artiglieria paracadutisti, il 186° e 187° Rgt. fanteria paracadutisti; a queste si aggiungono 18 Medaglie d’oro individuali.

Durante i primi giorni del dicembre ’42 i superstiti della Divisione furono radunati a Breviglieri dove aveva sede il Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Qui fu formato un “reparto”, su cinque compagnie, e assunse il nome di 285° Btg. Paracadutisti “Folgore “ posto al comando del Cap. Alp. Par. Carlo Lombardini, ultimo comandante di paracadutisti in Africa Settentrionale.

Il primo incarico del Btg. fu di schierarsi a difesa della Via Balbia e successivamente a sud dell’aeroporto di Tripoli: l’ordine era di resistere ad oltranza per permettere alla truppe dell’Asse di ripiegare lungo la litoranea. Il 23 gennaio ebbe il primo contatto con il nemico, la sera stessa, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara e, dopo un ulteriore ripiegamento, di raggiungere la linea fortificata del Mareth in Tunisia.

Il 285° rimase per poco tempo autonomo infatti fu assorbito dalla Div. Trieste del XX° C.A. e partecipò, a fine febbraio, all’Azione Capri. Tale azione fu pianificata dal Gen. Rommel e prevedeva l’annientamento delle truppe nemiche mentre affluivano e prendevano posizione tra il Mareth e Medenine. L’attacco doveva avvenire non troppo presto e non troppo tardi cogliendo di sorpresa gli alleati durante lo schieramento ma così non accadde poiché il risultato sperato fu ancora una volta negato dall’intelligence inglese con ULTRA ENIGMA; inevitabile fu l’ordine di rientrare alle posizioni di partenza.

Purtroppo l’Operazione Torch cominciava a generare i risultati auspicati dai britannici che per la prima volta nel conflitto avevano al loro fianco truppe statunitensi. Un Corpo di spedizione USA era sbarcato in Marocco e Algeria con l’intento di congiungersi alla forze alleate in Egitto. Scacciando definitivamente il nemico dal continente africano avrebbe potuto preparare un massiccio sbarco di truppe nel continente europeo , in Italia (Sardegna o Sicilia), e risalendo la penisola proseguire la guerra.

In questo scenario i ripiegamenti si susseguirono, infatti dopo la battaglia del Mareth gli scontri avvennero sulla linea degli Chotts, nei pressi di Gebes, e nei giorni a seguire sulla linea di Enfidaville nei pressi di Takrouna.

Proprio in questa località i paracadutisti di Tarquinia diedero ancora una volta prova di qualità straordinarie di soldati ma fu l’ultima. Dopo un ripiegamento di circa 2.500 km, il riordino a Breviglieri e gli scontri in Libia il 285° ebbe l’inequivocabile incarico di riconquistare e tenere il villaggio di Takrouna con la sua rocca.

Questa postazione aveva un’enorme importanza strategica e doveva essere mantenuta non per sbarrare bensì per rallentare l’avanzata anglo-americana verso Tunisi.

Fu così che il Comandante Lombardini incaricò i Tenenti Gianpaolo e Orciolo, con non più di 180 uomini in totale, di riconquistare la rocca attraverso una manovra a tenaglia. Infatti, da est e da ovest i paracadutisti si avvicinarono alla rupe che era magnificamente presidiata da truppe neozelandesi e lo scontro fu subito cruento per poi arrestarsi in un’attesa che portò alla pianificazione di una vera e propria scalata della rocca. Il nemico in posizione privilegiata attendeva a difesa del villaggio con il suo Eremo ma i paracadutisti arrivarono sull’obiettivo e non senza pesanti perdite riuscirono a riconquistare Takrouna.

Gli inglesi, capita l’importanza del Takrouna, mandarono ingenti rinforzi e poco a poco riconquistarono le posizioni perse. La ferocia dei reparti della 2ª Divisione Neo Zelandese fu inaudita, forse a causa dei precedenti di El Elemain i soldati Maori divennero celebri per l’uso del loro caratteristico pugnale che usarono senza alcuna remora anche sugli indifesi, i feriti e i moribondi.

Dopo due giorni di scontri il 22 aprile 1943 la battaglia di Takrouna ebbe fine e con essa terminò anche la breve e orgogliosa vita del 285° Btg “Folgore”. L’ultimo reparto di paracadutisti di Tarquinia in terra d’Africa fu definitivamente sciolto.

4 pensieri riguardo “Paracadutismo militare”

    1. anche io ho alcune foto scattate a tarquinia di mio nonno, se possono interessare le posso scannerizzare ed inviare via mail

      1. Sarebbe bellissimo! Perché non le girate sulla pagina pubblica della nostra sezione? Andate su Facebook e cercate “Anpd’I paracadutisti Savona”

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